Vorrei abitare in una megalopoli, per poter prendere la metro e viaggiare da un capo all’altro della città come niente fosse, a qualsiasi ora. Senza cannocchiali che mi seguono puntati dietro tendine a paravento di una curiosità paesana. Quando faccio orari insoliti. No signore mie, ho cambiato solo orario, non è successo niente, no. Sapete, la mia mamma si difende ancora, come anch’io del resto. Mi difendo ancora. Ma un giorno, si, farò un bel trasloco. Via da qua. Oltreoceano, oltralpe, altrove. Perché voglio prendere la metro. Sfuggire a controlli e controllori. Chissenefrega se sarà nella Terra dell’Individualismo sfrenato, se tanto qui certe singolarità della vita sono proprio tutte tue. Ehi-bella,ma-chi-ti-pare-di-essere-che-fai-la-vittimizzata,-gli-altri-con-la-stessa-storia-tua-non-fanno-tutto-sto’-casino,sai? E io voglio prendere la metro. La metro multietnica. Multirazziale. Che è democratica come le malattie, che ha un’utenza eterogenea come gli abitanti del mondo. Nel mondo. Anche se è pericoloso per una single, specie di sera.
Il fatto è che non ho più paura di niente e single ho capito che non è un handicap. Oh accidenti, si che la farei di gusto conversazione là, se vivessi oltreoceano, oltremanica, oltre. I wish I could. Delle gran chiacchierate. Magari. Sul tempo, sul prezzo delle carote e delle patate, fino ai massimi sistemi. Su qualunque cosa, esclusi i soliti argomenti di qua, tipicamente padano-veneti. Del resto sono figlia di emigrati in Svizzera. Non si sfugge al DNA. Alla voglia di fuggire. O di costruire. Voglio prendere la metro perché son privilegiata.
«Privilegiata» è un termine che mi riporta a un’infuocata, indimenticabile discussione che ebbi una volta con un mio parente. Forse perché le donne non dovrebbero studiare troppo ed essere più funzionali, accomodanti. Se non lo sono, è perché han studiato per niente. Non gli chiesi se volesse fare a cambio con me. Di certo non conosceva il significato del termine «wandering». Sapere che vuol dire è un privilegio. Le differenze son privilegi, se vuoi un mondo livellato come una comune socialista.
Ogni volta che mi capita di vedere qualche malato in preda alla frenesia del marciatore, non riesco a non ripensare alla mia giovinezza. Quando l’Alzheimer decideva per me. In parte lo sta facendo ancora, tuttavia ho imparato a difendermi. Anche se non basta ancora per la normalità. Ma sto divagando, torniamo al tema. Il peregrinare. I malati di demenza, lo sapete, nelle prime fasi camminano instancabilmente. Quotidiane maratone di New York domestiche. Oppure Vie Crucis su e giù per le scale, se rallenta un po’ il passo. Giornate, nottate. Quelli di fuori non ne sapevano niente, ne sentivano solo le descrizioni. Perché ci sono anche quegli altri di marciatori, quelli che macinano kilometri di pettegolezzi. Appoggi extra-pareti-domestiche zero. Una volta a settimana al centro sociale, nel cuore delle curiosità. Necessario per poter respirare. «Sei una privilegiata». Forse lo sono davvero, perché nonostante tutto mi permetto. Mi permetto di dire che il privilegio è di chi, senza neanche accorgersene, ha accanto madri, mogli, sorelle, amanti, donne che fanno da filtro nelle situazioni roventi. Io ho avuto e ho ancora "solo" mio papà. Io e mio papà, mio papà e io. Per anni. Non ho mai supplicato, non ho mai scongiurato. Chissà, forse sarà per questo che sono privilegiata. E un giorno prenderò quella metro.